Nam June Paik in Italia con focus sulla collezione Bonotto

Pubblicato in Rabbit Inhabits the Moon. L’arte di Nam June Paik allo specchio del tempo
Catalogo della mostra al Museo Arte Orientale di Tosino
19 Ottobre 2024 – 23 Marzo 2025

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Nam June Paik nasce a Seul nel 1932. Dopo i primi studi musicali lascia la Corea in guerra per trasferirsi con la famiglia a Hong Kong e poi a Tokyo dove studia estetica, storia dell’arte e musica all’Università di Tokyo (con una tesi su Arnold Schönberg). Dopo la laurea viaggia in India e in Egitto stabilendosi poi in Germania, dove continua i suoi studi di musica, lavorando allo studio di musica elettronica della WDR (Westdeutscher Rundfunk Köln) e avvia i suoi concerti di « action- music ». Nel 1961 incontra George Maciunas e partecipa alle prime iniziative Fluxus. Nel 1963, alla galleria Parnass, a Wuppertal, presenta un video di immagini televisive deformate da un magnete. È l’inizio delle sperimentazioni con i video. Dopo un nuovo soggiorno in Giappone, dove conosce gli esperti di elettronica Hideo Uchida e Shuya Abe, si insedia a New York dove, nel 1968, acquista la prima telecamera portatile commercializzata dalla Sony e inizia a produrre video che poi inserisce in installazioni riconosciute in seguito da tutti come l’inizio della video-arte. Precursore di molta arte contemporanea, Paik capisce precocemente le potenzialità dei media elettronici nella vita culturale, economica e nelle comunicazioni interpersonali, rendendoli parte integrante del proprio operato.

Il lavoro di Nam June Paik arriva per la prima volta in Italia (1) grazie alla mostra Musica e segno del 1962 organizzata da Giuseppe Chiari e Sylvano Bussotti, tra i primi autori italiani ad interessarsi al nascente fenomeno Fluxus. È infatti dello stesso anno il famoso concerto a Wiesbaden che si usa indicare come l’inizio del più radicale non-movimento della seconda metà del secolo scorso. Il lavoro di Paik riscuote subito interesse tra gli artisti d’avanguardia italiani tanto che troveremo l’esecuzione di alcune sue composizioni, sempre ad opera di Bussotti e Chiari, nell’ambito del 3° Festival del Gruppo 70 a Firenze nel 1965. Al duo di artisti italiani si unisce per l’occasione Charlotte Moorman, dando così inizio ad un rapporto duraturo con gli artisti del Gruppo 70.
Ma è nel 1966 che Paik, accompagnato da Charlotte Moorman, arriva fisicamente in Italia per la prima volta. L’occasione è quella della XXXIII Biennale di Venezia dove il duo di artisti organizza una performance su una gondola vicino al ponte di Rialto: Gondola Happening, appunto, durante la quale vengono eseguiti due brani musicali, uno di John Cage e uno dello stesso Paik: Variations on theme by Saint Säens.
Paik e Moorman all’epoca costituivano una coppia artisticamente molto affiatata che proponeva clamorose performance. Famosissima l’esecuzione del febbraio 1967 di Opera sextronique, scritta da Paik. L’esibizione prevedeva che la Moorman eseguisse le diverse arie dell’opera in progressivi stati di nudità, culminanti nell’Aria no. 2 da eseguire in topless. La performance creò grande scandalo tanto che diede luogo ad un processo per “indecent exposure” a carico di Charlotte Moorman.
Dopo l’esibizione veneziana, dobbiamo attendere circa otto anni per una nuova presenza di Paik sul territorio italiano. Più precisamente il 1974, quando un giovane collezionista ed editore veneto, Francesco Conz, da poco innamoratosi dei movimenti d’avanguardia quali Azioniamo Viennese, Poesia Concreta, Fluxus e Zaj, compie un viaggio a New York per incontrare molti degli artisti che si riconoscevano in tali esperienze ed invitarli tutti in Italia a sviluppare delle collaborazioni. Tra i primi ad arrivare vi furono proprio Charlotte Moorman e Nam June Paik che nell’estate del 1974 furono ospiti del collezionista ad Asolo. Per l’occasione Moorman e Paik eseguirono due performance. Una di Takehisa Kosugi: Chamber music, ed una dello stesso Paik: Zen Smile.

Come ho avuto modo di raccontare in altri contesti (2), in quegli anni Conz, Rosanna Chiessi e Beppe Morra stavano cercando di avviare una attività editoriale in comune. Tra i primi progetti frutto di questa collaborazione troviamo un’edizione straordinaria, purtroppo andata dispersa: Charlotte Moorman Nam June Paik 1964-1974 (Retrospective). Programmata con una tiratura di 15 copie più 4 prove d’artista, l’edizione era composta da tre grandi album plastificati (55 x 75 x 18 ciascuno) contenenti 59 foto in bianco e nero, 15 a colori, 5 serigrafie, 1 disegno originale di Paik, la trascrizione dattiloscritta del processo per oscenità a carico della Moorman e molti altri documenti, alcuni dei quali usati da Paik come base per dei suoi interventi pittorici. Di questa monumentale edizione ho potuto verificarne l’esistenza solo una volta, nell’archivio di Francesco Conz prima della sua morte (3), vedendo fisicamente i tre album. Non so se siano giunti integri a Berlino dopo i vari traslochi dell’archivio iniziati con la scomparsa del mecenate veneto. Tuttavia, sebbene tale pubblicazione non sia più disponibile, essa testimonia il grande interesse e coinvolgimento con il lavoro di Paik e Moorman di Conz, Chiessi e Morra.
Non è un caso quindi se, l’anno successivo, 1975, quando la collaborazione tra i tre editori era già naufragata, alcune foto della performance asolana: Chamber music, scattate da Mario Parolin, fotografo di fiducia di Conz all’epoca, siano state oggetto di contesa tra Chiessi e Conz dando vita a due distinte edizioni. Nella versione Pari&Dispari furono stampate singolarmente su carta fotografica 50×70 e vendute separatamente in una tiratura di 15. Mentre la versione Conz (datata 1981, firmata nel 1983 ma finita solo nel 2007) presenta le 6 foto riprodotte a serigrafia a coppie di due su carta Fabriano racchiuse in una elegante cartella telata, con testo esplicativo di Henry Martin, editata in 75 esemplari.
Fatto sta, al di là di questi aneddoti, che i tre editori italiani allacciarono una lunga e prolifica collaborazione con Moorman e Paik, editando nel corso degli anni straordinarie edizioni ed organizzando importanti esposizioni. In particolare Rosanna Chiessi che instaurò un rapporto molto solido e fecondo con entrambi gli artisti. Per quanto riguarda l’artista di origine coreane, ricordiamo almeno l’organizzazione della prima personale in uno spazio pubblico, ai Chiostri di San Domenico a Reggio Emilia nel 1990.
A questo primo gruppo di sostenitori, nel corso degli anni, si unirono altri due importanti personaggi: Carlo Cattelani e Gino Di Maggio che contribuirono in modo importante alla diffusione del lavoro di Nam June Paik in Italia.

Luigi Bonotto entra a far parte di questo sfegatato gruppo di supporter Fluxus già alla fine degli anni Settanta, quando inizia a plasmare in modo più preciso e rigoroso la sua collezione. L’amicizia con Francesco Conz e Rosanna Chiessi lo portarono da subito ad essere coinvolto in numerose iniziative, sia editoriali che espositive promosse da questi infaticabili ed inarrestabili editori italiani. In collezione troviamo infatti tutte le maggiori edizioni prodotte da Chiessi e Conz, ad iniziare, ovviamente, dalle due versioni di Chamber music.
Seguono le due edizioni su tela, tipiche della produzione conziana: Fluxus Island in Décolage Ocean e Opera sextronique, entrambe realizzate nel 1989.
La prima è la riproduzione ingrandita di un manifesto realizzato da Paik per la promozione del numero 4 di Décollage, la rivista fondata e diretta da Wolf Vostell. Per la sua realizzazione Paik annota una mappa disegnata da Maciunas, il fondatore di Fluxus, per promuovere la sua idea di creare una colonia di artisti Fluxus su di un’isola, iniziativa che troverà poi la sua fallimentare realizzazione nell’esperienza di Ginger Island.(4) L’edizione, come spesso capitava con Conz, fu prodotta in tre diverse tirature: 30 copie con fondo grigio, 30 copie con fondo beige (entrambe di 130×150 cm) e una senza fondo di grandi dimensioni: 200×290 cm.) che è quella presentata in mostra.
Opera sextronique è invece la riproduzione su tela di due pagine dell’omonima partitura della cui esecuzione ho scritto poco sopra.
Sempre di Conz è l’edizione Voyeur’s Mail Box del 1990 costituita da una vecchia cassetta della posta in bronzo con al suo interno un monitor visibile dal foro destinato ad accogliere le lettere. Le immagini in movimento attirano inevitabilmente lo spettatore che, sbirciando all’interno del foro scopre sé stesso spiare sé stesso. Il monitor è infatti collegato ad una telecamera da posizionare nascosta in modo da riprendere, a sua insaputa, chi si avvicina a guardare. Si viene a creare così un incredibile cortocircuito, fonte di imbarazzo per lo spettatore che viene colto nel suo godimento voyeristico. La forte componente umoristica, che caratterizza gran parte della produzione di Paik, dà origine, in questo caso, ad un opera di taglio psicoanalitico che mette in luce il cuore della scopofilia legata alla produzione video. Chi spia, in fatti, non vuole che essere visto nella sua eccitazione. Aspetto che, in una certa misura, entra in gioco anche nella già citata Opera Sextronique e in molte altre sue opere. Se non altro nel reiterato uso di piccoli monitor nascosti all’interno delle sue sculture. Vere e proprie trappole per l’occhio che attirano lo spettatore svelandone la sua implicazione. Anche nella forma dello scandalo, spesso ricercato e voluto, come abbiamo visto nel caso di Opera sextronique.
Tornando a Bonotto, va ricordato che per dar sfogo al suo coinvolgimento in Fluxus, come sappiamo, non si è limitato a collezionare. Per lui è sempre stato importante incontrare e dialogare con gli artisti. L’occasione gli venne offerta da Gino Di Maggio che nel 1994, proprio l’anno dopo che Paik vinse il Leon d’Oro alla Biennale di Venezia per il padiglione tedesco realizzato con Hans Haacke, organizza all’Arengario di Palazzo Reale di Milano la mostra: Nam June Paik. Lo sciamano del video.
In quei primi anni Novanta, Luigi Bonotto aveva sviluppato una importante collaborazione con il maestro vetraio Massimo Lunardon, realizzando numerosi oggetti in vetro soffiato, la maggior parte bottiglie, con i principali artisti Fluxus che soggiornavano a casa sua.
L’amica Emily Harvey, propose quindi a Bonotto di realizzare una bottiglia anche con Paik. Nasce così il progetto, poi editato in 35 pezzi dalla gallerista newyorkese, della bottiglia di grappa a forma di televisore cubico.
A quegli anni risale anche l’acquisizione da parte del collezionista veneto dell’opera Playgroud Child – Baseball, uno dei famosi robot realizzati da Nam June Paik nel 1989.
All’amicizia con Marco Maria Gazzano, sviluppatasi nei primi anni 2000, si deve invece l’importante presenza di video di Nam June Paik nella Collezione Bonotto. Gazzano, assieme a Antonina Zaru, nel 1992 organizzò al Palazzo delle Esposizioni di Roma una importante mostra: Il Novecento di Nam June Paik. Il titolo prende forma attorno ad un opera realizzata appositamente per la mostra dall’artista coreano: The Twentieth Centuries: Decades, tra le opere più ampie ed importanti create da Paik in Italia. Si tratta di una installazione composta da 10 assemblaggi realizzati con oggetti e strumentazioni inerenti la tecnologia audio e video sviluppatasi in una determinata decade del secolo scorso. Una sorta di catalogo in forma di opera dell’evoluzione tecnologica. Per l’occasione, oltre al catalogo, la casa editrice Carte Segrete di Gianni Toti pubblica anche una cartella dedicata alle Decades e Paik dona numerosi video all’Associazione Culturale Kimena, specializzata in film e video d’artista, fondata proprio da Gazzano in quegli anni. Tale fondo è stato poi acquisito da Bonotto ed è in parte presentato in questa mostra.

A conclusione di questa breve nota sulle presenze italiane di Nam June Paik vorrei menzionare le straordinarie foto scattate da Fabrizio Garghetti all’artista coreano, colto sempre in pose o atteggiamenti stravaganti e divertenti. Ricordo in particolare una sequenza: davanti ad una vetrina di articoli per la danza, in cui tre manichini sono allineati in una spaccata laterale in piedi, Paik improvvisa dei passi di danza con piroette e improbabili spaccate. Quasi una mini performance inscenata da Paik per l’obbiettivo dell’amico milanese e che immortalano il suo carattere giocoso e burlone.

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NOTE

1)Per questo articolo mi sono avvalso del fondamentale Regesto pubblicato in: S. Ferrari, S. Goldoni e M. Pierini, Nam June Paik in Italia, Silvana editore, Milano, 2013.

2)cfr: M. Corgnati e P. Peterlini, Fluxus Arte per tutti. Edizioni italiane dalla collezione Luigi Bonotto, Danilo Montanari editore, Ravenna, 2022

3) L’edizione è ora censita in: H. Von Hamelunxen e M. Maceli (a cura di, con il supporto di P. Peterlini), Edizioni F. Conz. Editions by Francesco Conz 1972-2009. A catalogne Raisonné, Hatje Cantz, Berlino, 2023. Si veda anche il già citato : S. Ferrari, S. Goldoni e M. Pierini, 2013; dove è reperibile la foto del colophon.

4)cfr: P. Peterlini e A. Sanna, George Maciunas. Scritti Fluxus, Abscondita editore, milano, 2023

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