Mirella Bentivoglio. La scrittura del silenzio

Conferenza all’Università di Padova – 16 Dicembre 2025

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Ringrazio innanzitutto Greta Boldorini e Guido Bartorelli per l’invito.
Avere la possibilità di parlare all’università di poesia concreta, visiva e sonora è sempre un piacere.
L’interesse per queste sperimentazioni è sicuramente cresciuto negli ultimi anni. Lo vedo dalla crescita del numero di ricercatori italiani che frequentano la biblioteca della Fondazione Bonotto.
Fino ad un paio di anni fa erano soprattutto ricercatori stranieri a contattarci. Ora siamo arrivati ad una sostanziale parità. Bene, dato che l’Italia ha giocato un ruolo importante nella sviluppo storico di queste ricerche e soprattutto perché la Poesia Visiva è nata in Italia. Questo va sempre ribadito e sottolineato. La Poesia Visiva è l’ultima grande avanguardia nata in Italia che abbia avuto una diffusione e uno sviluppo internazionale.
Quindi bene che l’università inizi ad occuparsi di queste ricerche. C’è molto lavoro da fare.

Sono stato invitato oggi per parlarvi di Mirella Bentivoglio ed in particolare dell’opera entrata a far parte della collezione dell’Università: “La scrittura del silenzio” del 1975.

Prima di tutto vorrei dire 2 parole su Mirella Bertarelli in Bentivoglio.

Nata a Klagenfurt, in Austria nel 1922, ha trascorso gli anni dell’infanzia a Milano ed ha studiato nella Svizzera tedesca e in Inghilterra fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Ebbe quindi la fortuna di avere una formazione internazionale.
Visse poi, per tutta la sua vita, a Roma.

La sue prime poesie, ancora tradizionali, lineari, sono pubblicate da Scheiwiller con il titolo “Giardino” nel 1943.
Solo successivamente, attorno ai primi anni Sessanta, Bentivoglio si avvicina alla poesia sperimentale. Inizialmente la Poesia Concreta e poi la Poesia Visiva per poi sviluppare un proprio percorso personale.

Bentivoglio, oltre che come artista, è conosciuta anche per il suo impegno femminista. Sebbene non sia mai stata una militante del movimento femminista, Bentivoglio ha dedicato numerosi studi alle artiste del Futurismo italiano, contribuendo in modo decisivo alla loro rivalutazione, ed ha curato moltissime mostre di sole artiste legate alle sperimentazioni verbo-voco-visive, sia in Italia che all’estero.

La più nota è sicuramente l’organizzazione della mostra “Materializzazione del linguaggio” nell’ambito della Biennale di Venezia del 1978.

La cosa interessante è che l’artista adotterà il nome del marito anche per la sua produzione artistica. Scelta apparentemente contraddittoria rispetto alle sue posizioni femministe, ma che lei rivendica come scelta poetica. Bentivoglio è un nome più bello e più evocativo, Bene ti voglio, che non il suo cognome originario Bertarelli.
Ma non solo poetica. Anche politica.
In una intervista del 1998 rilasciata a Krystyna Wasserman in occasione di una sua mostra personale a Washington, dichiara:

“Ho scelto il cognome di mio marito – non solo perché è un bel nome ! Anche se prendere il nome del marito sembra essere l’opposto del femminismo, fu in realtà una scelta femminista. La scelta di una donna di accettare il nome del marito riflette la sua decisione di sceglierlo come compagno di vita; noi non scegliamo nostro padre”.
(Intervista di Krystyna Wasserman, in The visual poetry of Mirella Bentivoglio, Edizioni e Luca, 1999)

Al di là di questi aneddoti, Mirella Bentivoglio è sicuramente una delle artiste e poetesse più interessanti ed incisive nell’ambito delle ricerche verbo-visive.

Per andare un po’ più in profondità cominciamo con il chiarire alcune definizioni.
Cos’è la Poesia Concreta? E cos’è la Poesia Visiva? Quali sono le differenze tra i due ambiti di ricerca?

La Poesia Concreta si presenta come una forma strutturalmente visiva originale, preferibilmente astratta, realizzata attraverso l’uso del linguaggio e delle sue componenti minime: lettere, simboli, punteggiatura, frammenti di segni linguistici e altre variazioni tipografiche, per creare un impatto grafico che susciti estrema attenzione da parte del lettore. L’essenza della Poesia Concreta sta nel suo aspetto sulla pagina, piuttosto che nel testo scritto, che è destinato ad essere percepito come un tutt’uno visivo.
La Poesia Concreta nasce nel 1953, contemporaneamente in due aree geografiche. In Germania/Svizzera, dove operava Eugen Gomringer; e in Brasile, dove era attivo il Gruppo Noigandres composto dai fratelli Haroldo e Augusto De Campos e Decio Pignatari.

Per capire meglio di che cosa si tratta vediamo un esempio di poesia concreta realizzato da Mirella Bentivoglio nel 1966. Si tratta di “Gabbia (:HO)”.

In esso l’utilizzo del carattere H ripetuto su diverse linee crea l’immagine di una vera e propria gabbia, di una cella, esaltata dalla lettera O rossa finale che rompe questa ripetizione e dona significato alla composizione.
HO, espressione del verbo avere, svela infatti che la gabbia del titolo è quella del possesso al posto dell’amore. Amore evocato dal colore rosso della passione.
Ecco come una semplice composizione realizzata con due lettere dell’alfabeto e due colori diventa una forma poetica memorabile, nel senso che una volta vista e compresa rimane chiaramente scolpita nella memoria grazie alla sua semplicità ed incisività.

Questo per quanto riguarda la Poesia Concreta.
La Poesia Visiva, invece, integra il linguaggio verbale e il linguaggio visivo.
La parola – così come il segno – perdono tutti i riferimenti ed i rimandi agli oggetti, producendo ciò che viene definito un processo di desemantizzazione, cioè una rinuncia ai significati abituali e consolidati.
Parola e immagini costituiscono un tutt’uno da leggere sullo stesso piano.
La parola non è la didascalia dell’immagine e l’immagine non è la rappresentazione della parola.
La Poesia Visiva tende a rivelare che il significato attribuito a quella parola scritta o stampata o a quella immagine letta abitualmente in tutt’altro contesto è, alla fine, solo frutto di un condizionamento associazionistico istituzionalizzato dalle convenzioni dei media.

Come ricordavo all’inizio, la Poesia Visiva nasce in Italia nel 1963, inizialmente con la definizione di Poesia Tecnologica, grazie all’attività del Gruppo 70 fondato da Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti, Lucia Marcucci, Luciano Ori, Antonio Bueno, Giuseppe Chiari.

Anche in questo caso farò un esempio tratto dalla produzione di Mirella Bentivoglio.
Si tratta di “Ti amo” del 1971.

La composizione è dominata dall’immagine della bocca aperta al cui interno è posizionata la prima parte della parola AMO, più precisamente il suono onomatopeico AM.

Così facendo l’artista evidenzia la pulsione orale insita nel rapporto amoroso. Pulsione che si esprime in affermazioni come: ti mangerei di baci.
Ma che si esprime anche nella famosa bocca di coccodrillo spalancata evocata da Lacan quando parla del Desiderio della Madre che fagocita il proprio figlio o, ancora, per indicarvi un’altra suggestione, l’aggressione e appropriazione del seno materno da parte del bambino quando ciuccia.

Ora non starò qui ad approfondire tutte le implicazioni che si potrebbero trarre da quest’opera. Siamo nella sede di psicologia quindi lascio a voi questo compito.

Sottolineo solo che quest’opera potrebbe essere interpretata anche come una poesia sonora. Ti Ammmm o.

Ciò che mi interessa qui è farvi vedere la differenza costitutiva delle due opere qui presentate. La prima, “Gabbia (:HO)”, di poesia concreta, costruita solo di segni linguistici, mentre la seconda, “Ti Amo”, di poesia visiva, costruita sommando immagini e parole.
Entrambe, e questa è la forza di tutte e due le composizioni, creano però una sintesi estremamente efficace e allo stesso tempo spiazzante che forza il lettore ad esercitare un pensiero critico rispetto a ciò che legge e vede.

Non è un caso che Eugenio Miccini, in un suo famosissimo scritto: “La poesia è violenza” del 1972, parlasse della poesia visiva come di una “guerriglia semiologica” da esercitare attraverso, cito, la “trasgressione delle norme della tradizione linguistica e stilistica; trasgressione dalla logica spietata della società opulenta e del suo razionalismo cinico e autoritario.”

Questo, quindi, per introdurre l’ambito di ricerca entro il quale si è mossa Mirella Bentivoglio.
Ma, come accennato all’inizio, Bentivoglio sviluppa anche una propria personalissima ricerca che la vedrà impegnata soprattutto nella pratica del libro d’artista e del libro-oggetto. Ambiti a cui possiamo ascrivere anche l’opera parte della collezione dell’università: “La scrittura del silenzio”, a cui ora dedicheremo la nostra attenzione.

Anche qui, prima di tutto, chiariamo di che cosa si tratta.

Per Libro d’Artista solitamente si intende un manufatto librario seguito direttamente dall’artista in ogni sua fase ed elemento, dalla progettazione alla realizzazione materiale. Ogni scelta di tecnica e via espressiva ha quindi una sua peculiare funzione comunicativa ai fini della trasmissione del messaggio.

Il Libro Oggetto, anche detto “non libro”, è invece un libro che ha perduto la sua funzione di veicolo di linguaggio, trasformandosi esso stesso in messaggio. Dunque il libro, svuotato del linguaggio verbale, è rivitalizzato come simbolo.

Bene.
Quindi osserviamo quest’opera.
Cosa abbiamo?
Abbiamo un libro, o meglio la forma di un libro aperto, realizzato in marmo bianco, su cui è appoggiata una vera matita bianca.

Il libro in pietra, in marmo, ci parla di eternità. È un libro eterno, destinato a durare nei saecula saeculorum.
È quindi un libro fuori dal tempo.
Ma fondamentale.
Anzi fondativo, perché evoca le tavole della legge che sono scolpite nella pietra. Spesso vediamo Mosè rappresentato con in mano le tavole delle leggi in pietra. Quindi un libro che fonda una tradizione.
In questo caso però non abbiamo nulla di scritto. Abbiamo solo delle pagine bianche.
Ma la referenza biblica è insita a questa rappresentazione.

La forma libro in marmo, quindi questa formalizzazione dell’eternità, è presente anche in altre opere prodotte dalla stessa Bentivoglio in quegli anni come:

“Poema totale” del 1974: un libro aperto in marmo bianco con un uovo in onice.
Due simboli potenti: il libro aperto, simbolo di sapienza, della parola Dio etc. e l’uovo simbolo di fecondità, rinascita, vita eterna, creazione del mondo. Ciclo eterno della vita e della morte.

“Poema segreto”, sempre del 1975: un libro aperto in marmo bianco con un angolo ripiegato e chiuso da una spilla da balia. Due pagine piegate a segnare un passaggio da ricordare, fissate da una spilla perché non vengano aperte. Un passaggio che è quindi allo stesso tempo segnalato ma inaccessibile.

O ancora, per dare un’altro possibile significato all’eternità: “Lapide alla pittura”, sempre del 1975: Un libro aperto in pietra su cui è appoggiato un vero pennello.

L’uso del vero pennello, come l’uso della vera matita, pongono queste due opere su un piano di continuità. Se la lapide alla pittura evoca la morte della pittura stessa, parallelamente potremmo pensare a “La scrittura del silenzio” come ad una lapide per la scrittura.
Quindi in qualche modo la constatazione e la commemorazione della morte della scrittura.

Ma c’è una differenza sostanziale tra le due opere, a parte il titolo.
In “Lapide della pittura” il pennello è sporco di colore, ma inevitabilmente secco, muto, inutilizzabile.
Mentre in “La scrittura del silenzio” la matita è ancora integra ed utilizzabile.
Quindi da una parte abbiamo un pennello deposto sul libro a riposare. Eternamente.
Mentre dall’altra parte abbiamo un matita appoggiata al libro come invito ad utilizzarla.
Un invito alla scrittura. Un invito a scrivere il silenzio, appunto.

Prima di approfondire questo invito alla scrittura, vorrei aggiungere due parole ancora sui due elementi che costituiscono l’opera. Il libro e la matita.

La parola libro sappiamo che deriva da liber che indicava la corteccia interna degli alberi su cui si scriveva.
Mentre la parola matita deriva da ematite, da lapis ematite che indicava la sanguigna mentre lapis, che a volte viene ancora usato come sinonimo di matita, significa pietra.
Se rimaniamo quindi sul piano del materiale usato abbiamo in quest’opera un rovesciamento. Ciò che era pietra diviene legno. Ciò che era legno diviene pietra.
Abbiamo quindi un passaggio di regno: da vegetale a minerale e viceversa.
Da vivente a inanimato e viceversa.
Già nella sua materialità ci viene indicato quindi qualcosa di inaudito, incredibile, impensabile. Almeno sul piano naturale.
Ma non sul piano linguistico e simbolico.

Quest’opera invita quindi a pensare l’impossibile e a trasformarlo in atto.
Scrivere il silenzio è infatti un qualcosa di impossibile.

Pensiamo a 4’33’’ di John Cage. Anche in questa opera c’è il tentativo di scrivere il silenzio. Ma ciò che emerge sono i rumori della sala che vengono prodotti dal pubblico. Invece di 4’33’’ di silenzio abbiamo 4’33’’ di rumori. Ogni volta diversi.

Visto che siamo a Psicologia, pensiamo anche alla densità di pensiero che scaturisce dal silenzio dell’analista in seduta…

Ma per restare nell’ambito delle ricerche verbo-voco-visive farò riferimento a “schweigen” di Eugen Gomringer del 1953.
È un poema concreto famosissimo. In esso la parola “schweigen” è ripetuta 14 volte, esattamente il numero di versi che costituiscono il sonetto nella sua forma classica, costruendo una sorta di cornice che racchiude uno spazio vuoto, silenzioso, che rende presente qui e ora, in modo concreto il concetto espresso dal poema.
Concetto che nella sua forma originale rimane ambiguo. Infatti non è chiaro, visto l’uso del solo carattere minuscolo, se la parola sia usata come sostantivo (Silenzio) o come verbo (Tacere, rimanere in silenzio).
Questa ambiguità non altera minimamente la struttura del poema che si concretizza nell’incontro assolutamente inevitabile dello spazio vuoto che si staglia al centro della ripetizione significante. Vera e propria assenza di parola che si impone al cuore della composizione poetica, sia come presenza del “silenzio” in quanto tale e sia come “tacere” imposto al lettore.
Ciò che è certo è che la scrittura del silenzio è possibile solo nel contrasto, sia visivo che sonoro, con il pieno di parola.

Torniamo ora all’opera di Mirella Bentivoglio.
Abbiamo detto che la matita nuova, utilizzabile, è un invito a scrivere.
Ma, se lo facessimo, il bianco della matita sarebbe leggibile sul bianco del marmo?

Abbiamo degli esempi storici dell’uso del bianco sul bianco.
Pensiamo a Kazimir Malevič e al suo “Quadrato bianco su fondo bianco” del 1918.
In quest’opera Malevič sembra delineare uno spazio mentale, astratto, un non-spazio ma non per questo meno possibile. Il bianco su bianco è quasi invisibile. Quasi.

Parallelamente la scrittura bianca su marmo bianco è quasi invisibile.
Se scrivessimo qualcosa sarebbe percepibile.
Scrivere il silenzio è quindi per Bentivoglio un’operazione quasi impossibile
La matita lascia una traccia che è quasi invisibile, è quasi illeggibile ma è qualcosa.
È materia.
È sedimento. È traccia.

Esiste una famosa serie di lavori di Eugenio Miccini, tra i fondatori del Gruppo 70 e quindi della poesia visiva, che si intitola: “Anche il silenzio è parola”. Ciò significa non solo che “silenzio” è una parola. Ma anche che il silenzio significa, esprime significato e può essere interpretato in diversi modi, come una parola. E se è parola può essere scritto.

Ciò non significa però che l’operazione sia semplice.
La matita bianca forza la nostra idea di scrittura.
Non sarebbe la stessa cosa se la matita fosse nera.
La matita bianca è una sfida a scrivere l’impossibile sapendo che sarà anche quasi impossibile leggerlo.

Queste mie suggestioni sono solo suggestioni, appunto.
Sono spunti di approfondimento. Stimoli di lettura.

Ma visto che “Il più bel tacer non fu mai scritto”, mi taccio.
E lascio a voi le interrogazioni che quest’opera pone.

Conferenza all’Università di Padova – 16 Dicembre 2025