Tempo, droga e desiderio
Note sulla tossicomania

Il tossicomane vive in una condizione priva di dolore, di sesso e di tempo. La via del ritorno al ritmo della vita animale attraversa la sindrome da astinenza. Dubito che questo trapasso possa essere mai compiuto in modo gradevole. Ci si puo' soltanto avvicinare al divezzamento indolore, ma non raggiungerlo.(1)

La droga agisce sul soggetto trasformandone il corpo in una clessidra. Il ciclo del pieno e del vuoto e' inesauribile e si ripete sempre uguale a se' stesso in eterno. Man mano che il corpo si svuota della sostanza il tempo dell'ansia d'astinenza aumenta innescando l'accelerazione della ricerca. Man mano che la sostanza entra in circolo nell'organismo il tempo si dilata riassorbito dall'omeostasi del piacere. In un ampolla il piacere, nell’altra il disagio, il dolore, in un equilibrio sempre in perdita. Quest'alternarsi ineluttabile scandisce il tempo dei tossicomani nei minimi dettagli. Droga e tempo formano un tutt'uno: un solo flusso, una sola corrente che si sottrae alla presenza. Tempo che scorre e si perde in un corpo senza fondo.(2)
Questa compresenza inestricabile di tempo e droga realizza concretamente, nel corpo del tossicomane, tutta una teoria del desiderio. E' questa la tesi magistralmente sviluppata da Giulia Sissa nel suo Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia.(3) Avvalendosi degli straordinari testi scritti da William S. Buroughs (4) l'autrice riesce a dimostrare la stretta connessione esistente tra la concezione filosofica del desiderio e la realizzazione concreta della dipendenza nel tossicomane.
Interessante e' la definizione di tossicomania che Giulia Sissa fornisce nel suo libro: "una pratica che fa funzionare realmente la potenza di un desiderio divenuto insaziabile e sempre piu' divorante, al punto che la soddisfazione mai definitiva - chiave di un piacere plurale, mobile e rinnovabile - si trasforma qui in tolleranza e in dipendenza: fissazione su prodotti di cui non si puo' fare a meno. Per non soffrire troppo".(5)
Per l'autrice "la tossicomania, insomma, realizza una teoria del desiderio. Una teoria che farebbe della mancanza, non il genietto della vita felice bensi' un orco intrattabile; non la molla impagabile che da il ritmo alla felicita', bensi' un buco nero in cui il godimento diviene inseparabile dalla pena piu' acuta".(6)
La tesi e' sicuramente affascinante, ma nella pratica clinica cio' che emerge non e' il cambiamento di registro del desiderio, da buono a cattivo, da stimolo creativo a voragine distruttiva. Bensi' una vera e propria eutanasia del desiderio ed una adesione radicale del soggetto ad un godimento mortifero bloccato nell'assunzione compulsiva dell'oggetto. Il desiderio annichilisce senza opporre resistenza, in modo dolce e consenziente, lasciando il campo alla pulsione di morte. Pulsione che realizza il suo intento di ritorno all'inorganico nella catatonia e apatia conseguenti all'uso dell'eroina. In questo senso la tossicodipendenza realizza a pieno la pulsione di morte evidenziandone, a differenza del principio di piacere, il tratto piu' radicale e inspiegabile: la coazione ripetere.
Il congelamento del desiderio si realizza nel soggetto nel momento in cui la mancanza viene otturata dall'oggetto-sostanza. Nella teoria del desiderio proposta da Lacan, l'elemento centrale, motore, causa del desiderio e' l’oggetto a. Un oggetto che segnala la mancanza. La mancanza del soggetto e' concepita da Lacan non come mancanza di qualcosa, ma come mancanza nell'essere del soggetto. Il desiderio scaturisce dalla mancanza-a-essere, ed e' un movimento che punta inevitabilmente a negare la mancanza come tale. Movimento impossibile che apre verso l'infinito in quanto nessun oggetto puo' soddisfare tale mancanza-a-essere.
Nella tossicodipendenza si assiste, al contrario, ad una vera e propria sovrapposizione dell'oggetto-sostanza all'oggetto mancanza che placa con il godimento narcotico lo scaturire del desiderio. Vi e' un rovesciamento segnato dal passaggio dall'oggetto vuoto all'oggetto pieno, dall'oggetto mancanza all'oggetto sostanza, dall'oggetto indice del buco nel reale al buco come marca della realta' dell'oggetto. In questo modo l'ombra dell'oggetto di godimento cade melanconicamente sul desiderio, annichilendolo.
Jacques-Alain Miller ha proposto di leggere la tossicomania come un antiamore.(7) Una dinamica in cui il soggetto non e' piu' impegnato in una ricerca nel campo dell'Altro dell'oggetto perduto, in un'erotica. Saldamente legato ad un oggetto-sostanza inumano, il soggetto e' svincolato dal rapporto con l'Altro costituendosi come monade autosufficiente. Il soggetto, nel legame mortifero con l'oggetto-sostanza, basta a se' stesso crogiolandosi in un godimento che non necessita della costruzione del fantasma.
L'apparente esclusione della costruzione fantasmatica e' cio' che rende il soggetto tossicomane inizialmente refrattario ad ogni trattamento.

Il soggetto tossicodipendente tende a negare il suo stato. Il sottile confine che separa il tempo della non dipendenza dal tempo della dipendenza si gioca tutto su un piano che sembra escludere quello del tempo stesso. Pur rimanendo legati al godimento nella formula "non vedo l'ora", in un primo momento l'utilizzo della sostanza e' scandito dal "quel tanto che basta". L'assunzione e' guidata dalla ricerca di un sollievo, seppur fugace, ad un momento di tensione. L'utilizzo puo' essere sporadico, saltuario e la percezione che l'assuntore ne deriva e' della non dipendenza. E' l'uso funzionale, farmacologico della sostanza. L'assunzione ha lo scopo di curare un momento di tensione che si imputa a qualcosa di estraneo alla sostanza.
Ben presto, sempre guidati dalla gloriosa formula "non vedo l'ora", l'assunzione cede alla scansione del "non ne ho mai abbastanza" guidata piu' dalla necessita' di raggiungere lo stesso stato di benessere provato nelle assunzioni precedenti, che non dal sollievo in se'. L'utilizzo diventa piu' frequente ed e' accompagnato da un continuo senso di insoddisfazione. E' una esperienza che di fondo risulta sgradevole. In pratica l'assunzione non piace piu' ma e' oramai necessaria. E' in questo momento che nasce anche il tempo del tutto e subito. L'esigenza di ritrovare il "viaggio perfetto" s'impone come prioritaria e assoluta. Il desiderio vira al capriccio radicale: lo voglio e lo voglio ora. Di conseguenza la percezione che l'assuntore riceve e' quella della dipendenza che rimane assolutamente negata fino all'arrivo dell'astinenza fisica. Solo con gli spasmi del corpo il tossicomane si arrende all'evidenza.
La dipendenza e' principalmente fisica. Questa e' l'assoluta convinzione che guida il tossicomane anche nei suoi primi tentativi di disintossicazione. Le componenti psicologiche sono di fatto continuamente negate dal tossicomane. Cio' che e' in primo piano e' l'astinenza fisica, i dolori corporali.
E' l'aspetto reale del corpo ad essere determinante, i suoi acciacchi, i suoi spasmi, i suoi crampi. Un corpo reale che si impone come ostacolo alla soddisfazione infinita dell'assunzione della sostanza. Uno scollamento tra il corpo reale e il corpo immaginario che pone al soggetto tossicomane la questione sul suo godimento.
L'approccio della psicoanalisi riguardo al corpo non e' ovviamente quello della medicina; sono due mondi differenti. Cominciamo col dire che il corpo si presenta come un enigma, che non e' un dato di partenza, un'evidenza prima, sia pensato come un insieme di organi, sia come la sede dell'essere, o come accoppiato allo spirito. Il soggetto non e' il suo corpo. Questo fatto e' facile da percepire nell'esperienza, gia' nel fatto che, del soggetto, se ne parla prima della sua nascita. Il soggetto precede dunque il suo corpo e, sopravvive nella catena della sua storia, nelle tracce che lascera'.
Avere un corpo interroga. L'uomo s'ingarbuglia col proprio corpo, e al contempo ne subisce una "cattura". E' nel Seminario Il Sinthomo del 1975 che Lacan afferma: "il parlessere adora il suo corpo perche' crede di averlo. In realta', non ce l'ha, ma il suo corpo e' la sua sola consistenza. Consistenza mentale beninteso, perche' il suo corpo se la squaglia a ogni istante. E' gia' abbastanza miracoloso che sussista per il tempo della sua consumazione."(8) L'amor proprio e' la radice dell'immaginario. Giacche' il corpo ci sfugge, scappa, ci vuole qualcosa per farlo tenere. Per tenere insieme il corpo e' necessario un principio d'articolazione, un ancoraggio. L'immagine del corpo e' un oggetto, sul quale si modellano tutti gli altri oggetti, in un rapporto speculare. Al corpo immaginario Lacan articola il corpo simbolico, quello del linguaggio, per giungere al corpo reale che rinvia al godimento. Il corpo percio' e' uno e trino, tuttavia un meno, una mancanza, rende operativo e simultaneo l'intreccio. Di fatto, il corpo e' la macchina del godere o del non godere.
Il dolore si presenta quindi come ostacolo al perfetto funzionamento della macchina di godimento. Fa segno del fallimento dell'esperienza delirante dell'unità mitica dell'essere ma, spesso, non e' determinante alla rottura del circolo vizioso dell'assunzione.
Le sofferenze, pur rimanendo scolpite nella memoria del tossicomane, non divengono mai un deterrente alla ricaduta. La pratica sintomatica, seppur dolorosa, resta molto appagante e funzionale per il soggetto. La componente immaginaria, radicata in una esperienza fisica di benessere amniotico, spesso resiste, seppur minata, alla resistenza del corpo reale. Solo nel momento di rottura dell'alleanza con la sostanza come panacea di tutti i mali e' possibile iniziare un vero lavoro terapeutico. E' solo quando la sostanza si inserisce in una catena simbolica, ed e' finalmente percepita nelle sue componenti metonimiche e metaforiche in relazione al desiderio del soggetto, che la costruzione del tossicomane vacilla.
Questo e' un passaggio estremamente difficile per un tossicomane perche' si costruisce sotto il segno della rinuncia, del lutto. Rinuncia all'immagine integra ed eterna dell'unitarieta', e lutto dall'oggetto reale che sostiene tale godimento.
Il tossicomane deve rinunciare per sempre ad uno stato di benessere e completezza. Deve rinunciare alla realizzazione di quella mitica unitarieta' che guida ogni formazione nevrotica. Cio' che rende cosi' ostico questo passaggio per il tossicomane e' l'esperienza reale della realizzazione di tale stato. La sostanza permette l'esperienza concreta della soppressione della barra che colpisce il soggetto. Le sostanze permettono un'allucinazione radicata nell'esperienza fisica che salda il godimento alla negazione della spaltung. E' la realizzazione del mito dell'unita' introdotta da Platone per spiegare l'erotica. Freud lo aveva indicato chiaramente nei suoi Contributi alla psicologia della vita amorosa sottolineando l'impressione di armonia perfetta esistente tra l'alcolista e il vino: "un'immagine esemplare di matrimonio felice".(9)
La radicale esperienza fisica di saldatura complementare che avviene tra soggetto e sostanza nella tossicomania e' un qualcosa da tenere in grande considerazione nella conduzione della terapia. Non solo per le costruzioni immaginarie che ne scaturiscono, ma soprattutto nell'interpretazione delle continue e ripetute rinunce alla guarigione. La consapevolezza di andare incontro ad una vita segnata dalla mancanza, dall'incompletezza e', in alcuni momenti cruciali di passaggio della cura, assolutamente insopportabile per un tossicodipendente. E' un dato di fatto che il soggetto disintossicato soffre della mancanza della dipendenza. Spesso su questo si giocano le ricadute.(10) Nel prolungare l'addio. Una sorta di ultimo bacio prima dell'addio: "another flashing chance at bliss, anotrher kiss, another kiss".(11)
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Note: